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WELCOME IN TRISTAN REVER

venerdì 29 maggio 2009

un mondo che muore

Non voglio soffermarmi a discutere sulla situazione in cui desta la specie umana in questo inizio millennio. E' un argomento talmente sterminato, un intreccio fitto e entropico di politica, economia, etica e sociologia che neanche il più intelligente fra gli esseri umani potrebbe comprendere. E le critiche si sprecherebbero. Vorrei porre la mia attenzione sull'uomo inteso come membro effettivo del mondo animale. Le sue abitudini, i suoi limiti. 
Analizzando gli altri animali autoctoni di questo pianeta ne abbiamo catalogato i comportamenti e gli stili di vita. Così se pensiamo al gatto ci viene in mente "indipendenza", al cane non può che corrispondere "fedeltà" e così via. 
Ora pensiamo all'uomo. Osserviamo la sua storia, la sua evoluzione. 
Quello che notiamo è una totale mancanza di memoria storica e un egoismo sottile e marcato. All'uomo non interessa il futuro. Non interessa se ciò che compie nell'immediato si ripercuoterà pesantemente e inevitabilmente sul proprio futuro. L'uomo finge di ignorare il male che sta creando alle proprio generazioni future. Se l'inquinamento è un problema che inesorabilmente cresce e produrrà danni profondi - non mi riferisco solo al pianeta, ma proprio alla stessa umanità - l'uomo non sembra volerne sapere di risolverlo. O meglio, pare voler dimostrare di avere a cuore il problema, ma dimostrando un'ipocrisia sconfinata non fa nulla di concreto per mettere le cose a posto. I trattati vengono firmati e non rispettati, l'uomo si difende mascherando la propria avidità di profitti dietro a crisi economiche e motivazioni più o meno etiche. 
E parlando di memoria storica, l'uomo la ignora nella sua interezza. Tutto ciò che ha passato dalle poche migliaia di anni che è su questo pianeta non appare influenzare minimamente il corso stesso della storia. Basti pensare alla seconda metà del secolo scorso. Un'umanità uscita martoriata da una guerra che costò la vita a migliaia di persone e minò l'uomo nei suoi principi morali più profondi, pensò bene di rischiare l'olocausto nucleare. 
Voglio dire, dopo essersi inciso le carni delle braccia durante la seconda guerra mondiale, l'uomo ha avuto la brillante idea di puntarsi una pistola alla testa e giocare alla roulette russa della guerra fredda per ben 50 anni. Mezzo secolo. Bella prova di umanità. La lezione che una guerra che costò la vita a decine di milioni di esseri umani, fratelli,  fu totalmente ignorata e si rischiò il baratro atomico per mezzo secolo. Assurdo. 
Dopo una guerra del genere, ne dovrebbe conseguire una sorta di rinascita, un periodo di riflessione collettivo internazionale. E' dovuto cadere un muro vergognoso per impedire all'uomo di vaporizzare sé stesso. 

E ciò che mi viene da pensare è che all'uomo manca una base fondamentale per la vita, che tutti gli altri animali possiedono. Avrà un'intelligenza superiore ad ogni creatura che abbia mai solcato queste terre, possiederà una capacità di adattamento formidabile, ma manca di elemento imprescindibile alla propria salvaguardia. 

L'uomo manca dell'istinto di sopravvivenza. 
Il mondo non sta morenda. La vita non si estinguerà. Troverà il modo di continuare il proprio perpetuo ciclo. Al contrario, un mondo sta morendo. Ed è quello umano. Ci stiamo condannando a morte con le nostre stesse mani. Fregandocene del passato e del futuro. Vivendo in un presente che ci fornisce bibite gasate superzuccherate e panini imbottiti di veleni, vacanze low cost e maxitelevisori ultrapiatti. 
Non ringraziamo i nostri antenati che hanno lottato, che sono morti, che sono vissuti per permettere a noi di vivere in un mondo diverso da quello doloroso e ingiusto che li ha visti protagonisti. E ce ne sbattiamo di un mondo altrettanto ingiusto e doloroso che stiamo lasciando ai nostri figli. 
Non ci stiamo incidendo le carni. Non ci stiamo puntando alla tempia una colt con un solo proiettile. Abbiamo chiuso le finestre e le porte, e abbiamo lasciato acceso il gas. Una morte lenta e futile. Un mondo che muore. 


mercoledì 13 maggio 2009

i figli dell'uomo

Perché sono i sentimenti a renderci schiavi. Perché crediamo di avere scelta. Perché la vita ci appare così piena di possibilità che ne ignoriamo il lato crudele e bastardo. Perché quando ne vediamo il lato crudele e bastardo ci attacchiamo ancora più profondamente ad essa. Perché le emozioni cozzano contro la ragione, e le derive trascinano a fondo anche i più solidi. Perché la leggerezza è arte, e la pesantezza quotidianità. Perché amo le endorfine. Perché odio il genere umano e la sua modestia di spirito. Perché l'anima non esiste. Perché siamo atomi e polvere di stelle, e polvere di stelle e atomi inscindibili ritorneremo. Perché amare ci rende vicini a Dio. Perché odiare ci rende umani. Perché la ragione ha abbandonato l'uomo fin dal primo istante in cui tale può essere definito. Perché siamo animali, carnivori e cannibali. Perché i mostri esistono e non ci spaventano più. Perché ci aggrappiamo e crediamo alle nostre infami ipocrisie. Perché nessuno si ricorderà di noi e dei nostri quotidiani gesti insulsi. Perché ora manchiamo a noi stessi. Perché la distrazione provvidenziale ha fallito. Perché invidiamo le ciminiere che hanno sempre da fumare. Perché ci basta una dose per volare via da questo inferno. Perché l'inferno ci appartiene e siamo i figli del portatore di luce. Perché crediamo a tutto ciò che ci insegnano e usiamo i piedi per pensare. Perché l'amore e sopravvalutato e il sesso sottovalutato. Perché l'alienazione assoluta ci rende liberi. Perché la libertà intesa nell'umana sfera non esiste e mai esisterà. Perché la morte è l'unica certezza e la vita è la sola bugia. Perché oggi siamo vivi, e domani saremo morti. 

Perché siamo i figli dell'uomo, e abbiamo ucciso i nostri genitori. 

sabato 2 maggio 2009

A long long time ago...

Mi ero da poco lasciato. O meglio, ingoiando il mio orgoglio maschile, ero stato lasciato. Periodo strano, quello. Una sorta di disintossicazione. Più il dolore mi attanagliava, più la disperazione mi soffocava, più realizzavo le cose che mi erano precluse quando single non ero. Il non dover dare spiegazioni a nessuno, poter essere libero. Eppure non le vivevo appieno, soggiocato dai rimorsi. 

Ero uscito da mesi, forse settimane, da quella storia. E la conobbi. In realtà l'avevo già vista tempo prima. Un fitto gioco di sguardi durante il tragitto Fano-Calcinelli un uggioso pomeriggio di fine autunno. Ma erano passati anni. E lei era diventata così alternativa. E sempre così bella. 
Quella mattina era iniziata come tutte le altre, il tram aveva appena finito la sua corsa e io e la mia schiera di liceali compagni ci accingevamo a percorrere le poche centinaia di metri che ci separavano dalla scuola-prigione adolescenziale. Lei stava parlando con un nostro amico, batterista grindcore lanciato alla carriera musicale underground. Fu così che colsi l'occasione. Non so perché lo feci, forse per ravvivare l'inizio giornata che monotono appariva fotocopia di ogni altro mattino liceale. Con il pretesto di cercare dell'erba, mi avvicinai al batterista, e dopo un veloce saluto stile amici di vecchia data gli chiesi se avesse della roba. Lui mi rispose di no, ma lei, puntando su di me i suoi occhi mi chiese: "Quanta te ne serve?". Scambiammo i numeri. E il pomeriggio mi telefonò. 
Poche parole, e feci la figura del fesso, come mio solito. 
"Ma tu dove abiti?" mi chiese. Nella mia mente si profilò l'idea di lei, con i suoi capelli colorati a gli abiti post-rave e mia madre nella stessa stanza, e l'imbarazzo che avrei sicuramente provato. 
"Ehm no... forse è meglio se ci vediamo da te..." risposi, quasi balbettando. Lei rise.
"Okay, non preoccuparti mica...non volevo venire da te e sconvolgere la tua famiglia..." 
Le cose non erano proprio iniziate per il verso giusto.

Ore 15, da lei, stesso paese, pochi minuti di motorino. Non tarda, si affaccia di casa e mi fa cenno di andare. E avvenuto lo scambio, mi chiede se mi va di accompagnarla a portare a far un giro al minuscolo cane che da un po' di saltella intorno. 
E ne venne fuori una conversazione piacevole. Era la persona che mi aspettavo, forte, decisa nelle sue scelte di vita, per niente stupida. Gli chiedo dove esce, e perchè non si è mai vista in giro. Mi dice che quando, qualche anno prima, si era trasferita qui, non aveva trovato nessuna compagnia alternativa. Tutti erano fotocopie lobotimizzate l'une delle altre, e aveva deciso di trovare ciò che cercava nei paesi limitrofi. Gli rispondo che noi, quelli con cui esco, non siamo così. Mi risponde che se lo avesse saputo all'epoca, forse ora saremmo in compagnia insieme. Strane cose, le compagnie adolescenziali. Con i loro motorini e le loro prime sigarette. 
Le chiedo quando è cambiata. Perchè è cambiata. Quando la fanciulla che era in lei smise di essere tale e decise di stroncare i canoni della medio-bassa borghesia italiana. Mi disse che non si era trattato di un cambiamento, che semplicemente si era accorta di non sentirsi bene con sé stessa con addosso gli stessi vestiti che tutti hanno nel proprio armadio, nel seguire le strade giù battute dagli altri. Ne rimasi affascinato. 

Ogni volta che ci vedevamo, era per uno scambio. Cominciai a chiedere ad amici e conoscenti se volevano dell'erba, o del fumo, e puntualmente le telefonavo per chiederle se avesse nulla. Ne seguivano pomeriggi estremi e al limite del descrivibile. Forse non eravamo quelli che si dicevano amici, ma poco ci mancava. Mi parlò della sua vita, delle sue esperienze e del suo desiderio di trasferirsi in Spagna, per rimanerci. Era veramente innamorata della Spagna. 
Il suo stile di vita veramente alternativo mi piaceva, così come i suoi discorsi e la sua sicurezza. E la tranquillità e la serenità con cui affrontava una vita non certo - per gli standard autoctoni - normale. E alla fine di un pomeriggio come altri, passato con lei a rincorrere curiosi personaggi nei più remoti angoli della provincia, scendendo dalla mia macchina, prima di salutarmi mi disse: "Comunque volevo dirti che mi sono lasciata col mio fidanzato".
Mi salutò per nome. Pochi lo fanno, se non conoscono profondamente una persona. 

Le giornate si allungarono. E il temuto esame di maturità si avvicinava, con conseguente calo di interesse dei coetanei nei confronti dell'erba. Non la sentii più. Non ci furono altre chiamate, o altri messaggi. E seppi che, una volta diplomata, se ne volò in Spagna e non tornò mai più. 

Forse ero troppo cieco all'epoca. Forse ero ancora così timido, retaggio di un'adolescenza che io stesso mi ero reso tormentata e paranoica. Ma ora mi rendo conto cosa intendeva quando mi disse che si era lasciata. Aveva un interesse per me. Le piacevo. Ed anche lei. 
Ma, come ho detto, mi ero lasciato da poco, e la ferita ancora non era ben rimarginata. Era aperta, e le carni soffrivano ancora a contatto con l'aria. 

A distanza di anni mi rendo conto che mi sarei potuto innamorare di lei. Di ciò che ho perso, che dal dolore ne deriva solo dolore. Ma cosa più importante, che esistono persone di cui ancora sono capace di innamorarmi. 

lunedì 27 aprile 2009

Eta Carinae

Forse sono semplicemente ipersensibile. Probabilmente, qualcosa nel mio dna o che mi è accaduto o mancato nel corso dei ventidue anni trascorsi su questo pianeta. O magari entrambe le cose. 
E non mi sento adatto all'uman vivere. Non riesco, e Dio solo sa quanto mi sforzi, ad essere soddisfatto del mio agire quotidiano. Della mia moralità ed etica, delle mie scelte razionali e non, delle mie sensazioni ed emozioni. Non mi sento abbastanza pieno. Sinceramente, mi sento nello stomaco un vuoto incolmabile e profondo. C'è qualcosa che mi manca. O più semplicemente, non mi manca nulla, sono io ad essere così. Forse, sono una di quelle persone figlie dell'evoluzione e dell'innalzamento esponenziale del tenore di vita occidentale. Se fossi vissuto mille anni fa, o cento, sarei probabilmente morto giovane, o bambino, tanto non sono adatto alla vita. Non riesco ad entrare nei meccanismi logici del vivere che tutte le altre persone sostengono nel quotidiano. Non capisco il resto del mondo. E ciò che agli altri fa ridere, a me lascia indifferente. E ciò che agli altri interessa, a me annoia. E ciò che gli altri riescono a fare, lavorare, studiare, produrre, amare, odiare, sapere ciò che è giusto o non è giusto fare, per me rimane un mistero. 
Mi lacero nell'intimo. Muoio ogni giorno. Perdo il senso della mia identità. Perdo me stesso. E vorrei andarmene. Partire. Arrivare fino agli ancestrali confini del sistema solare, e superata la nube di Oort con le sue innumerevoli comete, continuare a muovermi. E osservare la superficie rossa della gigante Betelgeuse, e assistere all'esplosione in ipernova di Eta Carinae. Essere risucchiato in un buco nero supermassiccio e riflettere sulla superificie di una nana bianca. Vorrei sentirmi cullato dal plasma e dall'idrogeno dei Pilastri della Creazione della nebulosa Aquila, e attraversare la materia oscura ed assaporarne l'essenza. E vedere quanto, da quassù, la terra, la sua storia, le sue creature estinte e viventi, l'uomo e il suo agire siano così immensamente insignificanti. 
Alienazione. Sono completamente alienato. Vivo in un mondo che mi ha soltanto insegnato che per un singolo istante di amore, magari anche falso ed infimo, ne consegue un dolore immenso. Almeno per me. E il dolore si trasforma in rabbia, la rabbia in odio, e l'odio in ossessione e disperazione. Sono così ossessionato, disperato, che l'unica via d'uscita è osservare il pianeta su cui vivo da un punto di vista razionalmente esterno. E tutto mi sembra così piccolo ed insignificante. 
Ma passerà, me lo assicurano in molti. Mi dicono che m'innamorerò ancora e assaporerò ogni istante della vita con gusto e soddisfazione. Mi assicurano che farò di nuovo l'amore con la persona giusta che incontrerò e amerò, che spenderò la mia vita sperando che non giunga mai il suo termine. Che darò alla luce dei figli, e per loro sarò disposto a concedere la mia vita. Che, seppur non conoscendo il significato della vita, questa mi apparirà appagante. 
Me lo ripeto anche io. Ma ora no. Ora sono distrutto, lacerato, vuotato delle mie viscere. Ora mi sento piccolo e alieno, incompreso e solo. Ora, in data 27 aprile 2009, il mondo non mi appartiene. Ed io non appartengo ad esso. 
E aspetto sulla superficie rovente di Keid B il mio momento. 

mercoledì 15 aprile 2009

Scusami mamma, ma ora devo andare. Perdonami per tutte le volte che ti ho fatto arrabbiare. Non ho mai voluto farti soffrire veramente. Scusami per tutte le volte che ti sono sembrato un peso. Non ho mai voluto essere un pesante fardello. Perdonami per tutte quelle volte che ti ho chiesto di mangiare anche quando sapevo benissimo che da mangiare non c'era. Scusami per tutte le domande che ti ho fatto, se ti ho chiesto il perchè di questo continuo soffrire, se ti ho chiesto il significato di giustizia. Scusami se ti ho fatto dire o fare cose che non avresti voluto fare. 
Perdonami quando ti ho deluso. 
Scusami mamma, ma ora devo andare. 
Non vedrò mai Londra. Non giocherò mai più con i miei fratelli. Non mi innamorerò mai, non farò mai l'amore con ragazza alcuna. Non assaggerò mai un cheeseburger, non saprò mai quale sarà il sapore della Coca Cola. Non mi sposerò mai, non saprò mai l'emozione scaturita da un bacio. Non vedrò mai i canali di Venezia, nè il mare cristallino della Sardegna. Non voterò la persona che rappresenta i miei ideali, e non saprò mai cosa significa lottare per essi.
 Non avrò figli a cui dedicare tutto me stesso, non darò loro il bacio della buona notte sotto il cielo stellato tropicale. Non vedrò mai l'oceano, nè le innevate cime delle Ande. Non saprò cosa significa passeggiare per le storiche vie di Roma, nè potrò godermi un caffé sul porto di Amsterdam. Non vedrò mai la Statua della Libertà, né le canoe dei pescatori cinesi. Non conoscerò la sensazione delle carezze della persona che amo. Non trasmetterò mai il mio sapere ai miei figli, e loro ai loro figli, e così via per generazioni. Non vedrò i colori del tramonto d'Irlanda, nè dell'aurora boreale. Non vedrò le immense navi che trasportano il petrolio attraversando lentamente il mare. Non conoscerò i brividi di rivedere un vecchio amico dopo anni.  
Scusami mamma. 
Scusami se tutto ciò che ho vissuto sono stati dolore, fame, sete e ancora dolore. Scusami se anche ora non riesco a capire cosa sia la giustizia, perchè non l'ho mai vissuta. 

Scusami mamma, ma ora devo andare. 

Ogni 8 secondi un bambino del terzo mondo muore di fame, malattie e sete. 
E la colpa è solo mia, tua, e di tutti coloro che pur potendo fare molto, se ne stanno chiusi nelle proprie gelide case, e trovano tornando a casa cibo caldo e visi amici. 

Tutto questo grava sulle nostre teste.
Se c'è veramente un Dio, come ci fanno credere, non importa quanto immensamente e infinitamente misericordioso sia. 
Bruceremo all'inferno, e con noi tutte le nostre ipocrisie. 

mercoledì 1 aprile 2009

Blood


Mi passo una mano fra i capelli. Tento di rimanere concentrato sulla strada. Decine di luci e forme che si susseguono velocemente. La pioggia si fa più insistente, battendo incessantemente sul parabrezza. Il periodico battito del tergicristallo che spazza l'acqua piovana è l'unico mio compagno di viaggio. La testa comincia a dolermi. Dapprime piccole fitte sparse. Percepisco il dolore. Lo sento nascere, muoversi, crescere e insinuarsi nella parte parietale del cranio.
Ferro. Mi passo la lingua sulle labbra, e l'intenso sapore del sangue si espande a macchia nella mia bocca. Sanguino. Ancora. Sento un piacevole calore che mi percorre il viso, dalla fronte, passando per il naso, fino alla bocca. La ferita sanguina a fiotti.
Cerco la garza già sporca con la mano sul cruscotto della macchina. Me la passo sulla faccia, attento a non fare troppa pressione sulla fronte. Mi accorgo che sto correndo. Troppo.
Rallento un po', e tento di schiarirmi le idee. Devo restare focalizzato sulla strada, sulla pioggia, sulle miriadi di fari che mi scorrono davanti agli occhi, in un tripudio di luci e colori. La pioggia tintenna sul parabrezza. Il targicristallo mi libera la visuale. Fra poco ci siamo. Manca poco ormai. Mantieniti concentrato.

Focalizzati.

Non importa quanto sangue hai perso, quanto male hai alla testa. Resta qui. Fregatene della nausea, restituisci allo stomaco ciò che lo stomaco non vuole più. Concentrati. Aggrappati alla razionalità, essenziale ancora in questo momento. Controlla la velocità. Dosa il freno, l'acceleratore e la frizione. Gioco di piedi, è facile. L'hai fatto mille volte. Concentrati. Focalizzati.

Arrivo a destinazione. L'ospedale mi accoglie sotto un pesante manto di pioggia. Rallento, e sento gli altri in coda che suonano il clacson con insistenza. Posso percepire la loro ira. Alcuni mi superano, imprecando. Mi infilo finalmente in una via stretta e mal illuminata. Qualche macchina ha già parcheggiato lì. Trovo uno spazio, e spengo il motore. Il peggio è passato. Respiro. Inspiro. Espiro. Profondamente.

Scendo dall'auto. Le gocce iniziano a bagnarmi il cappotto. Ne assaporo un paio con la lingua. Poi chiudo lo sportello e mi dirigo all'ospedale.

Busso un paio di volte alla cabina del guardiano. Un uomo sulla cinquantina, pochi capelli a formare un'aureola bianca attorno alla testa, distoglie lo sguardo dal piccolo televisore analogico e dalle sue trasmissioni. Apre lo sportello. E mentre mi fissa la fronte, sgrana gli occhi, aprendo leggermente la bocca. "Per favore, dov'è il pronto soccorso?" gli chiedo. La voce mi esce flebile e con un volume talmente basso che sto per ripetere quando egli mi risponde "Infondo... deve continuare dritto... poi la prima a destra e di nuovo a destra...", non distogliendo i suoi occhi azzurri dalla mia fronte. Ringrazio, e a passo spedito mi avvio. Non ho più la nausea. Il mal di testa sembra sparito, e anche la ferita ha smesso di spruzzare sangue come la gola di un maiale agonizzante.
Il tragitto è lungo. Forse avrei fatto meglio a prendere la macchina. Per fortuna, almeno questo mi consola, sta smettendo di piovere.
Rumore di freni, e un'Audi spunta dalla curva. Riconosco la macchina di mio padre. Accosta, e salto su. In radiofrequenze un radiogiornale politico. Lo sguardo di mio padre che cerca di mettere a fuoco la ferita fra i capelli bagnati di sangue e pioggia. Gli dico che va tutto bene, che sto bene. E che ora deve curvare a destra e siamo arrivati. Mi chiede come ho fatto. Mento. Devo mentire. E so anche che non crederà mai a ciò che gli sto raccontando.
Il parcheggio del Pronto Soccorso è strapieno. Decine di macchine a spina di pesce per centinaia di metri quadrati. Passiamo qualche minuto con gli occhi puntati all'esterno alla ricerca di un singolo, fottutissimo parcheggio auto. E quando finalmente lo troviamo, ci avviamo verso l'entrata. Un porticina male illuminata sovrastata da una piccola insegna recante la scritta "Entrata Pedoni" su sfondo verde fosforescente. Mio padre apre la porta ed entra. Con la garza ormai completamente imbevuta di sangue, o acqua piovana - non so bene - costantemente premuta in fronte, varco la soglia pure io.

All'interno della piccola sala d'aspetto del Pronto Soccorso ci sono almeno un centinaio di persone. Chi seduto, chi in piedi, chi appoggiato con le spalle al muro. Qualcuno ha dei fogli in mano, altri giocano nervosamente con un'accendino, o le chiavi, o qualsivoglia oggetto a portata di mano. Alcuni alzano lo sguardo. Lo stesso sguardo del custode calvo dagli occhi azzurri. Ora ho la sensazione che tutti mi stiano fissando. Respiro pesantemente. Mi sento così leggero.

Focalizzati. Concentrati.

Mio padre si guarda intorno, sconsolato. La fila semba infinita. E tutti mi osservano, neanche avessero mai visto un po' di sangue. Ce l'abbiamo tutti, almeno cinque litri ciascuno, penso.
Il dolore alla testa è tornato. Forse è il mal d'auto che mi provoca queste fitte al cervello. E sento nuovamente la ferita. Brucia, brucia dannatamente.
Le persone in fila mi guardano. I loro occhi, marroni, neri, azzurri, verdi, piccoli, enormi, spalancati, incuriositi, mi si attaccano addosso come una ragnatela.
Dal corridoio spunta un'infermiera. "Bruno, il signor Bruno..." avverte distrattamente, poi sparisce.
Un quarantenne con delle carte in mano si alza in piedi. Mi passa vicino, cercando di non guardarmi. Ma, inevitabilmente, il suo occhio destro finisce per incontrare, anche solo per una frazione di secondo, la profonda ferita al centro della mia fronte. La copro velocemente con la garza. Per un attimo, solo per un millisecondo, mi illudo che il signor Bruno mi lasci passare avanti. Sparisce invece nel corridoio.
Inizio a guardarmi intorno. Tutte le persone distolgono lo sguardo, abbassando gli occhi sul pavimento, o sulle mani cinte sul proprio ventre.
Mio padre sospira, nervoso. "Coraggio..." mi fa "...andiamo. Tanto qui nessuno ti fa passare avanti...". Lo seguo. Fuori intanto ha smesso definitivamente di piovere. L'aria è pesante e vaporosa. Inspiro. Si è fatto freddo. Chiudo la cerniera del cappotto, tiro fuori una sigaretta dalla tasca e, mentre ci avviamo alla macchina, chiedo a mio padre se puo' darmi il suo accendino, per favore.

martedì 31 marzo 2009

brevi momenti di insignificanza


Siamo portati a pensare che la nostra vita, il nostro agire, le decisioni piccole e grandi che quotidianamente prendiamo siano il frutto della nostra personalità, del nostro carattere, e dei grandi problemi - risolti e non - che abbiamo affrontato nel corso dell'esistenza, delle numerose scelte che siamo stati costretti ad effettuare negli anni passati. Crediamo che i grandi amori, le profonde amicizie, le laceranti delusioni, i momenti di forte felicità e gioia ci condizionino oggi profondamente.
Il primo bacio, il primo amore, la prima volta che abbiamo provato il dolore vero, il primo incontro con la morte sono tutte esperienze che ci porteremo dentro l'animo senza poterle mai dimenticare.
Ciò che scordiamo, invece, sparisce. Per sempre. Nessuno mai lo ricorderà, nessuno ci riderà sopra o lo commenterà scherzando. E' andato. Il cervello, subdolo e arrogante nel suo prendere le decisioni, ha decretato che quel particolare momento non era degno di essere codificato, e l'informazione non viene registrata permanentemente all'interno della scatola cranica. E questi momenti, questi attimi, queste esperienze perse per sempre costituiscono gran parte della nostra vita.

Se guardo al passato, alla mia vita, mi affiorano in testa diversi momenti. La prima volta che sono andato in bicicletta senza rotelle sfracellandomi rovinosamente alla prima curva, l'esame di terza media e la discussione in francese maccheronico della "Second Gherr Mondiél", la prima volta che mi è stato detto ti amo... e fra questi brevi attimi immagazzinati nell'area del cervello che gestisce la memoria a lungo termine, il vuoto. Non ricordo ciò che ho fatto la sera prima del mio esame di quinta superiore. E neanche la sera stessa del mio primo bacio.

La nostra vita passata non ci appartiene. E' come se ricordassimo solo una o al massimo due pagine di un tomo che ne ha centinaia. Un'infinitesimo, quasi. Gran parte di ciò che abbiamo compiuto è andato perso. E ciò che ignoriamo è che ognuno di quei momenti tanto insulsi e inutili che il nostro sistema nervoso centrale ha deciso di scartare dall'immagazzinamento neuronale è tanto importante quanto quei ricordi che ancora abbiamo.
Siamo la somma integrale di ogni momento vissuto della nostra breve esistenza su questa minuscola roccia, che lo ricordiamo oppure no.

Dunque, ogni breve, apparentemente inutile, attimo che ci accingiamo a vivere, pensiamo. Questo attimo è importante. Perchè se anche domani, o fra una settimana, o fra un anno, non lo avremo più in mente, questo attimo forma le persone che siamo. E' parte integrante di noi. Di me. Sono le mie viscere, il mio pensare, il mio agire, la mia voce, le mie mani.

Non perdiamo l'attimo. Quando oggi, o domani, compirete tutte quelle piccole azioni, tutti quei gesti che ogni giorno meccanicamente riproponiamo senza fare attenzione, fermatevi un attimo. Guardate il bicchiere che state per portarvi alla bocca. Osservate la strada dove siete cresciuti e che ogni giorno ripercorrete. Fissate le chiavi della vostra macchina che vi accingete a mettere in moto. Quei momenti, per quanto apparentemente insignificanti e ripetitivi, monotoni, stupidi, fanno parte della vostra vita. E il vostro essere, le vostre scelte future, le grandi decisioni che un giorno compirete, saranno decise e figlie anche di questi veloci, sfuggenti attimi.